play
 

PLURI, 1972

Nel 1972, Enrico Baleri fonda Pluri, “centro sperimentale di design”, come recita l’autodefinizione in calce sotto al logo disegnato dallo stesso Baleri. Se nel ‘68 si partiva dal progetto, ora si parte da un contatto con l’industria, si stringe il rapporto con i professionisti del progetto, tra l’altro ideologicamente formati alla scuola più dura del razionalismo brutalista, come Giandomenico Belotti, oltre naturalmente allo stesso Baleri, che in questi anni avvia il suo contemporaneo ruolo di art director, di se stesso, e del ristrettissimo gruppetto di collaboratori, di cui solo Belotti è una costante e di designer vero e proprio. L’economia di Pluri viene dalla presenza di “Baleri designers” e da un certo numero di lavori di grafica, e ciò consente un certo margine di libertà nei modi e nei tempi della progettazione, che si concretizzano subito in un grande lavoro di ristrutturazione d’interni e di immagine coordinata per un supermercato e un ristorante nei pressi di Bergamo, ma che si concentrano per due/tre anni (1973/76) in un progetto di contenitori per abiti - Carloforte e Carloprimo - dai requisiti strutturali e distributivi decisamente innovativi, da realizzarsi per Gavina, per conto dellabranca italiana di Knoll International. In questi progetti è già evidente il tipico modo progettuale di Baleri, basato sull’uso di tecnologie abbastanza sofisticate, e sul “rispetto” per la Modernità progettuale, centrata sul primato della funzione e sulla proprietà dei materiali usati (fattore, quest’ultimo, che tornerà prepotentemente negli anni Novanta, esaltato anche dalla spinta ecologista a una produzione rispettosa dell’ambiente). Di quegli anni, su progetto di Enrico Baleri, entrerà in produzione, per Knoll e nel decennio successivo, solo il tavolo Mega, ma l’oggetto su cui si concentra l’attenzione di Pluri è la sedia in metallo e tondino di PVC colorato “Odessa”, progettata da Belotti e da lui realizzata in prototipo ancora alla fine degli anni Sessanta . Sarà l’unica vera produzione di Pluri, dopo una concertata e lunghissima messa a punto dei particolari costruttivi e la ricerca spesso frustrata di un produttore, per arrivare infine al successo nel 1979, alla fine dell’esperienza di Pluri e all’inizio di quella di Alias, sotto il cui marchio viene prodotta e venduta, con un sostanziale slittamento concettuale che la trasforma da “Odessa”, e cioè la Russia, la scalinata, la corazzata Potemkin, Eisenstein, e i Bee Gees, in “Spaghetti Chair”, vale a dire la memoria nostalgica del bar anni Cinquanta, e un’idea di “made in Italy” che non a caso trova la sua conferma maggiore in un’esposizione a New York, che sancisce il successo della sedia e il suo cambio di nome, che paradossalmente risulta essenziale nel “far vedere” il prodotto come risultato di un’intenzione, nostalgica, evocativa, ammiccante e solo alla fine progettualmente corretta, che all’esordio era tutt’altro: dignitosa povertà dei materiali, grafica “svizzera”, scarse concessioni alla citazione, presenza neutrale nell’ambiente, perfetta evidenza del concetto e della struttura. Si stanno davvero avvicinando gli edonisti anni Ottanta.